Sua altezza…il Negroni (festeggiando il ritorno nel blog)

C’è chi beve per dimenticare e… chi, in preda ad un inevitabile e talvolta improvviso spasmo di allegria, per festeggiare. Oggi qui si beve e si festeggia!  Mi ci sono voluti 9 lunghi mesi per riemergere dal càos (“grande disordine o confusione di cose o anche idee, di sentimenti” da Enciclopedia Treccani) che ho scatenato d’improvviso nella mia vita e che in più occasioni, stabili al meglio gli equilibri emotivi e personali, mi ha spinto a chiedermi ‘ma cosa te ne fai del blog?’, ‘ma il tuo tempo non potresti impiegarlo diversamente che a cucinare, fotografare, scrivere, pubblicare e spammare nei social?’.

Non vi nascondo che la domanda mi attanaglia anche ora che sto scrivendo questo post e che, di fatto, sto togliendo tempo alla mia vita privata. Poi però penso che se sono qui alla 259a parola forse la parte più grossa dell’ostacolo è superata e che in due/tre puntate riuscirò ad arrivare alla fine di questo articolo e a raccontarvi, perché è questo che mi preme realmente, il perché di un ritorno (superalcolico), e il perché di uno stile di scrittura e fotografia che ho deciso di semplificare il più possibile per rendermi la presenza davanti al pc non più esagerata come lo era prima.

 

Perché tutto questo alcool all’improvviso nella mia vita? (che detta così lo so non è il massimo…) Io che fino a qualche mese fa mi vantavo di bere solo vino di qualità e birra artigianale ho finito per ricredermi (e ce ne vuole di norma!) quando ho conosciuto Diego, la sua sensibilità e la sua personalissima idea di miscelazione (inutile che vi lasci tanti riferimenti perché lui è antisocial per eccellenza…ma se proprio volete farvi un’idea di quello che crea seguite su Instagram questo profilo ‘rediego_bartender_alchimista’). Il primo sorso di un suo drink mi ha stordita proprio come accade spesso con i piatti di grandi chef. Bilanciamento dei sapori, gusto a mille e tante emozioni. Lì per lì ho pensato di essere stata ‘drogata’, io che reggo poco le alte gradazioni, in una sorta di tranche zuccherino-alcolica che ti porta a dire ‘buono questo perché mi fa star bene e mi dà allegria’ (e diciamocelo, un po’ il vero motivo del bere forsennato di tante persone…). Poi ho capito che l’effetto WOW era reale, che ero bella sobria e che di quei drink potevo farmene altri due prima di iniziare a sentirmi allegrotta e percepire la pelle del viso virare verso un bel tono di rosa acceso.

Provando e riprovando (perché alla fine sono diventata con sommo piacere sua cavia nonché musa ispiratrice) ho capito di essere atterrata in un mondo affascinante e ancora poco conosciuto e che avrei potuto approfittare di queste pagine per farvi scoprire ricette, aneddoti, materie prime che spesso nominiamo o che vediamo dietro i banconi dei bar ma delle quali non conosciamo nulla.

Senza togliere altro spazio al Negroni vi dico anche che (questo post escluso) d’ora in avanti cercherò di essere molto concisa e scatterò foto con il cellulare perché il tempo per sedersi davanti alla scrivania è davvero poco e perché in questi mesi, sufficientemente complicati, ho compreso che certi momenti non li riavrò più indietro e allora devo godermeli ora invece di stare incollata allo schermo del pc a scrivere o sistemare foto.

Ora basta davvero ciance! Dedichiamoci all’aperitivo e al principe dell’aperitivo all’italiana, il Negroni.

Chi è del settore, e a maggior ragione chi vive la sua vita dietro un bancone (anche se l’associazione credetemi non è così scontata!), dovrebbe conoscere già tutto di questo cocktail ma non noi che siamo comuni (e curiosi) mortali, e bevitori responsabili, e che spesso e sovente ci facciamo coinvolgere durante l’aperitivo con gli amici nel gioco ‘prendo quello che prendi tu’ (Spritz? Moscow Mule? Gin Tonic? e voi cosa bevete?) perché sinceramente non conosciamo altri cocktail oppure perché talvolta non ci piace mettere in difficoltà il barman, soprattutto se le bretelle o il papillon non ci hanno ingannato e lo abbiamo già sgamato come lo-studente-universitario-che-arrotonda-nel-weekend-al-bar.

Il Negroni nasce nella nostra Firenze in un giorno imprecisato tra il 1917 e il 1920 dalle mani del barman Fosco Scarselli che al bancone della bottega Casoni, locale storico della città, servì al conte Camillo Negroni un Americano – cocktail a base di Bitter, Vermouth e Soda molto apprezzato dal conte e largamente consumato oltreoceano, terra di grandi frequentazioni del nobile – ‘rinforzato’. Il sig. Scarselli scelse di irrobustire il grado alcolico della beva con del Gin, distillato che, pur rendendone inalterato il colore, avrebbe ceduto insieme alla sua nota secca e aromatica l’inconfondibile gusto del ginepro, bacca caratterizzante il bosco delle nostre colline e montagne.

Da quel giorno in avanti il conte chiese al barman di servirgli il suo ‘solito’ che, apprezzato anche dagli altri clienti del locale, divenne ben presto ‘l’Americano alla maniera del conte Negroni’ e poi più sinteticamente il Negroni.

La ricetta (originale, perché poi ne sono nate decine di varianti) è semplicissima:

  • una parte di Gin, 30 ml
  • una parte di Bitter, 30 ml (i tradizionalisti vi direbbero Campari ma ci sono tanti altri Bitter straordinari in commercio),
  • una parte di Vermouth, 30 ml.

Questo drink va servito in un bicchiere old-fashioned con metodo build-over-ice (magari in un altro post vi spiego i vari metodi ;)) cioè versando il ghiaccio nel bicchiere, muovendolo con un bar-spoon (il cucchiaino stretto e lungo da barman…altrimenti con quello che avete in casa!) per raffreddare il bicchiere e capovolgendo lo stesso trattenendo il ghiaccio con le mani per scolare l’acqua che si è formata prima di unire gli ingredienti uno alla volta.

La decorazione, altrettanto importante seppur essenziale, viene fatta con una fettina (o una scorza) di arancia non trattata.

Buon aperitivo a tutti!

(se volete conoscere proprio tutto su questo drink e sul conte Negroni vi consiglio il libro Negroni Cocktail di Luca Picchi, Ed. Giunti)

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