Fave dei morti di Pellegrino Artusi

Si avvicina la commemorazione dei defunti e, come da tradizione, in molte regioni italiane si preparano le fave dei morti anche note come fave alla romana. Questi semplici biscotti a base di mandorle, uova e farina richiamano con il loro nome la fava baggiana, cioè quella comune seminata nell’orto in primavera, che agli inizi del mese di Novembre viene mangiata dopo essere stata cotta in acqua con l’osso del prosciutto.

La fava è, sin dall’antichità, considerata una funebre offerta in quanto si riteneva che al suo interno si rinchiudessero le anime dei morti. Gli Antichi Egizi evitavano di seminarle e toccarle con le mani ed i loro sacerdoti, ritenendo questo legume immondo, non osavano nemmeno guardarle.

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In questi giorni si sfornano fave dei morti in quasi tutte le regioni d’Italia, dal Veneto alla Lombardia per arrivare in Sicilia. Decine e decine di versioni, ricette casalinghe che si susseguono le une alle altre ed ingredienti che cambiano, uova sostituite da soli albumi, odore di cannella spiazzato da chiodi di garofano, in alcuni casi la presenza di cioccolato.

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Frastornata da tutte le proposte trovate in rete (e non disponendo di una ricetta di famiglia) sono andata sul sicuro rispolverando ‘La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene’ di Pellegrino Artusi e scegliendo la seconda delle sue tre proposte.

Vi riporto sotto la ricetta così come trascritta dal suo libro.

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FAVE DEI MORTI di Pellegrino Artusi

  • 200 gr mandorle dolci (io ho utilizzato quelle del mio frutteto raccolte a fine estate e lasciate asciugare al sole)
  • 100 gr farina 0
  • 100 gr di zucchero (per me di canna chiaro)
  • 30 gr di burro
  • 1 uovo intero
  • odore (scorza di limone, cannella o acqua di fiori d’arancio)
  • rosolio/acquavite q.b.

Sbucciamo le mandorle e pestiamole collo zucchero alla grossezza di mezzo chicco di riso.  Mettiamole in mezzo alla farina insieme cogli altri ingredienti e formiamone una pasta alquanto morbida con quel tanto di rosolio o acquavite che occorre (io l’ho omessa). Riduciamola quindi a piccole pastine, in forma di una grossa fava, che risulteranno in numero di 60-70. Disponiamole in una teglia di rame unta prima col lardo o col burro e spolverizzata di farina (per me una teglia normale ricoperta di carta da forno). Doriamole coll’uovo. Cuociamole al forno (180°C, in forno già caldo… Pellegrino non lo specifica e il mio amico Luciano me lo ha fatto notare così da aver integrato subito il testo!) osservando che essendo piccole cuociono presto (12-15 minuti).

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